La disperazione e il peccato nell’opera più significativa del filosofo danese: "La malattia mortale"



A cura di Giancarla Perotti

Kierkegaard in "La malattia mortale", ultima delle sue opere, rivela in modo chiaro la sua fisionomia religiosa, il suo volto da cristiano. "La malattia mortale" tratta due categorie fondamentali dell’antropologia umana: la disperazione e il peccato. Il filosofo nella prima parte del testo afferma che l’uomo è mortalmente malato, la sua malattia è la disperazione, nella seconda dichiara che la disperazione è il peccato. Quest’opera appartiene alla fase più matura e meglio definita del pensiero Kierkegaardiano, a quel punto della sua vita in cui lo stadio religioso domina e campeggia sovrano mentre sempre più recedono lo stadio etico e lo stadio estetico, tappe comunque sempre presenti nell’itinerario spirituale dell’esistenzialismo cristiano di Kierkegaard. Egli ha un chiaro intento, quello di presentare il fenomeno del cristianesimo con il preciso ed esplicito proposito di contrapporlo alla prassi degenere della cristianità ufficiale, impigrita e cristallizzata nel suo ordine costituito. Il filosofo ha anche come obiettivo quello di mettere in rilievo il senso di responsabilità che deve avere un uomo cristiano, per questo adotta una forma ansiosa, ma di un’ansia che edifica. Egli fa notare che la disperazione di cui si parla in questo scritto è intesa, come dice il titolo, come malattia; vuole difendere il cristianesimo scomodo, difficile da vivere “perché tutto modellato sulla figura del Cristo deriso, umiliato, offeso, percorso e, infine, crocifisso”. Il cristiano di Kierkegaard non è colui che ammira il Cristo risorto sfolgorante nel suo trionfo, ma l’iniziatore del Cristo perseguitato che affronta “la sofferenza, l’angoscia, la persecuzione, la morte crudele, percorrendo tutte le tappe del suo calvario”. Kierkegaard rimprovera con uguale rabbia due diverse negazioni del Cristo: quella dei nemici che si contrappongono apertamente al suo messaggio e quella, meno pericolosa, dei suoi seguaci imborghesiti che si rifugiano in una cristianità accomodante, benpensante, tutta immersa nelle comodità e nel comfort di una esistenza che non si priva di alcun piacere.

“La disperazione è una malattia nello spirito, nell’io…”. Possono nascere due forme di disperazione in senso proprio: la prima è la disperazione di non voler essere se stesso, cioè di volersi liberare da se stesso. La seconda è la disperazione di voler essere se stesso che nasce dalla consapevolezza di non potere giungere da solo in uno stato di equilibrio e calma, ma può farlo solo se si rapporta a ciò che lo ha creato come rapporto.

Anche la disperazione dunque, come l'angoscia, caratterizza un rapporto: la seconda, quella del singolo con il mondo, la prima quella del singolo con se stesso. Infatti l'angoscia si manifesta al cospetto di quegli infiniti possibili, e dell'infinità del possibile che il mondo rappresenta per l'uomo; la disperazione nasce invece di fronte a quella radicale incognita che è il proprio io. Due sono i possibili modi di relazionarsi a se stesso; uno è quello di accettare di essere se stesso, l'altro è quello di rifiutare di essere se stesso; ma la disperazione si verifica in entrambi i casi, sia quando l'uomo vuole essere se stesso, sia quando non vuole assolutamente essere se stesso, cioè quando egli rinnega totalmente se stesso, quello che è e quello che potrebbe essere. Nel primo caso il singolo si dispera, perché vuole ma non riesce a trovare se stesso nei vari possibili, in quanto tutte le possibilità di essere se stesso si rivelano insufficienti e inadeguate. Nel secondo caso egli si dispera quando percepisce che non c'è più alcuna possibilità di trovare il vero se stesso, e vi rinuncia; e vorrebbe semplicemente distruggere se stesso senza potervi riuscire. Questa seconda è dunque la forma piena, totale, della disperazione; è quella che Kierkegaard chiama malattia mortale. Cadere nella malattia mortale è non poter morire; ma non come se ci fosse la speranza di rimanere in vita; l'assenza di ogni speranza significa per l’autore che non c'è nemmeno l'ultima speranza, quella della morte. Quando il maggior pericolo è la morte, si spera nella vita; ma quando si conosce un pericolo ancora più terribile, si spera nella morte. Quando il pericolo è così grande che la morte è divenuta la speranza, allora la disperazione nasce venendo a mancare la speranza di poter morire. In quest'ultimo significato la disperazione è chiamata la malattia mortale: quella contraddizione penosa di morire eternamente, di morire la morte. Perché morire significa che tutto è passato, ma morire la morte significa vivere e sperimentare il morire. Su questa definizione iniziale si amplia tutta la prima parte dell’opera: la malattia mortale è la disperazione.

La realtà del peccato, invece, trattata nella seconda parte del libro pone in termini nuovi, concreti, storici il problema che il pensatore aveva affrontato e risolto cioè la salvezza e la beatitudine. Kierkegaard mentre approfondisce il senso del peccato la cui scelleratezza si manifesta chiaramente solo nella determinazione davanti a Dio, richiama la realtà della grazia.

Il peccato non è solo negazione, né una fondamentale funzione dialettica, ma una posizione, non è qualcosa da capire, ma un paradosso, di cui la ragione non riesce a percepire la dimensione teologica. C’è una demoniaca coscienza del peccato che si chiude al bene facendo aumentare la profondità del distacco e non soltanto esclude il bene ma anche il pentimento. La disperazione della remissione dei peccati, è ben altra cosa è più grave che disperare nel peccato.

In conclusione, la massima distanza dal cristianesimo e il bisogno più angoscioso di esso fa scandalizzare di fronte all’idea che Dio rimette il peccato.

La dialettica della libertà fa sì che l’uomo possa ancora negare Cristo e dichiarare il cristianesimo una falsità. È il peccato contro lo Spirito dice Kierkegaard, il peccato che non sarà perdonato, la disperazione finale.

Nella malattia mortale attraverso l’indagine della disperazione e del peccato Kierkegaard studia in modo globale il vivere in rapporto a Dio, tanto da rivoluzionare l’uomo dal profondo della sua esistenza interiore. Per capire bene cosa è la disperazione secondo il filosofo dobbiamo cercare di capire come egli definisce l’uomo. Cos’è l’uomo? L’uomo è una creatura che sintetizza corpo e spirito, è inoltre un rapporto di finito e infinito, di tempo ed eternità, di possibilità e necessità; e questo rapporto si rapporta con se stesso, nel senso che è cosciente di se stesso. Ma in realtà, il rapporto più importante che l’uomo intrattiene è quello con Dio: l’uomo non può e non deve dimenticare di essere creatura di Dio.

La disperazione è la malattia dello spirito dell’io cioè dell’uomo. Si tratta di un’opera ontologica, l’uomo, infatti, è definito dal filosofo un “rapporto che si rapporta a se stesso”, come “una sintesi di finito e infinito, di tempo ed eternità, di possibilità e di necessità”.

La disperazione è un’opera di autodistruzione dell’attività dell’essere umano. L’uomo è un essere creato e solo nella fede egli può davvero realizzare se stesso. Quando l’uomo è pienamente consapevole di fronte a Dio, la sua disperazione diventa profonda, diventa la negazione volontaria e cosciente della essenzialità divina per l’esistenza stessa e diventa peccato.

Il lavoro di Kierkegaard è incentrato nel far slittare il che cosa dalla dottrina al come ci si relaziona a essa. E tale slittamento dà origine a un nuovo modello di verità, tanto che la verità non va più ricercata nell’oggetto nella dottrina che si manifesta autosufficiente rispetto all’uomo, ma nella sua capacità di potenziare l’uomo con cui entra in rapporto e in particolar modo come egli sa entrare in tale rapporto. È evidente in malattia mortale che il filosofo tenta di scuotere l’apatia del lettore, affinché possa aderire alla verità edificante con tutto il suo impegno e abbandona la tiepida esposizione cattedratica, per far crescere tutto il pathos dialettico e poetico fondamentale a questa missione di risveglio. Quindi l’opposto della disperazione, che è la fede, è la speranza e la fiducia in Dio. Tuttavia, la fede per il mondo è assurdità, paradosso, scandalo, conduce l’uomo al di là della ragione, della logica, e della comprensione. Ricapitolando Kierkegaard chiama malattia mortale la disperazione. Perché mortale? Non perché conduce alla morte, molto peggio! È mortale perché consiste nel vivere la morte del proprio io, sentirsi insufficiente e limitato, ma non poter andare oltre se stessi; è un provare la disperazione vivendo, il morire. In questa condizione la morte fisica sarebbe persino un sollievo, una liberazione. Il tormento della disperazione è proprio il non poter morire. Si continua a vivere in un’eterna agonia, in uno stato di impotenza, come un moribondo. Ma essere consapevoli della disperazione è già un passo avanti, perché in qualche modo è possibile superare questo stato. Certo, è necessario un salto, il salto della fede: solo accettando di essere nelle mani di Dio è possibile combattere questo sentimento.

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