Diversi fattori hanno reso difficile il mantenimento della tregua: la mancanza di fiducia reciproca, perché nessuna delle parti credeva realmente che l’altra avrebbe rispettato gli accordi a lungo termine; le pressioni interne ed esterne, entrambi i fronti hanno gruppi interni che spingono per la prosecuzione del conflitto, rendendo difficile qualsiasi compromesso



di Simone Corradetti

ASCOLI PICENO
<<Senza voler sembrare pretenzioso, la situazione in Medio Oriente l’avevo già paventata - afferma il console onorario della Moldova (circoscrizione Marche - Abruzzo) Roberto Galanti -. Purtroppo, la tregua che era stata raggiunta si è rivelata estremamente fragile sin dall'inizio. Le tensioni tra le parti coinvolte, gli interessi divergenti e l'assenza di un accordo politico solido hanno reso quasi inevitabile una ripresa delle ostilità. Diversi fattori hanno reso difficile il mantenimento della tregua: la mancanza di fiducia reciproca, perché nessuna delle parti credeva realmente che l’altra avrebbe rispettato gli accordi a lungo termine; le pressioni interne ed esterne, entrambi i fronti hanno gruppi interni che spingono per la prosecuzione del conflitto, rendendo difficile qualsiasi compromesso; le condizioni umanitarie e ritorsioni. Il blocco degli aiuti, le condizioni di vita precarie e gli attacchi sporadici hanno contribuito a riaccendere le ostilità; gli interessi geopolitici. Gli attori internazionali, con i loro interessi divergenti, non hanno facilitato un processo di pace duraturo. Ora resta da vedere se ci sarà spazio per una nuova tregua o se il conflitto entrerà in una fase ancora più violenta. Personalmente - aggiunge - vedo la situazione come molto critica, poiché il controllo della tregua è stato complicato sin dall’inizio. Il monitoraggio di questo cessate il fuoco avviene generalmente attraverso una combinazione di attori internazionali e locali. Ecco chi ha cercato di vigilare sul rispetto della tregua: gli Stati Uniti, Qatar ed Egitto. Questi Paesi hanno mediato l’accordo e tentato di garantire che entrambe le parti lo rispettassero, facendo pressione politica e diplomatica; l’Onu. Le Nazioni Unite hanno monitorato la situazione attraverso i propri inviati e le agenzie umanitarie sul campo, ma senza una forza diretta di peacekeeping; la Croce rossa e altre Ong. Organizzazioni umanitarie hanno cercato di facilitare gli scambi di ostaggi e prigionieri, oltre alla consegna degli aiuti; intelligence e diplomazia internazionale. Gli apparati di sicurezza dei vari Paesi coinvolti hanno monitorato la situazione per individuare eventuali violazioni. Tuttavia, il problema principale è che non c’era un vero meccanismo di enforcement, se una parte violava la tregua, non c’erano conseguenze concrete né un’autorità in grado di farla rispettare. Bastano poche azioni ostili per far crollare un equilibrio già particolarmente fragile. La necessità di un intervento decisivo. Credo che un intervento più deciso da parte della comunità internazionale avrebbe potuto fare la differenza e avrebbe potuto rappresentare almeno una speranza per evitare il collasso immediato della tregua. Spesso, però, la comunità internazionale si muove con lentezza o con divisioni interne, rendendo difficile un’azione efficace. Un vero monitoraggio - conclude Galanti -. della tregua avrebbe richiesto: una forza neutrale di peacekeeping sotto l’egida dell’Onu o di una coalizione internazionale; pressioni politiche ed economiche reali sui governi e sulle fazioni coinvolte, con incentivi per la pace e sanzioni per chi rompe gli accordi>>.

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