La lotta tra bene e male, precede ancora la caduta dell’uomo. Secondo Philippe, gli angeli ribelli non accettarono che il capolavoro di Dio fosse una creatura fragile, fatta di carne, capace però di fecondità e destinata all’immortalità. L’invidia di Lucifero per questa vocazione dell’uomo rende la creazione stessa un evento segnato dalla lotta. Ma Dio non si lascia sconfiggere: dopo il peccato, promette la redenzione, annunciando l’ostilità tra il serpente e la donna, tra la sua stirpe e la sua discendenza





Di Giancarla Perotti
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Continuiamo a esplorare il mistero della femminilità attraverso il pensiero di Marie-Dominique Philippe. Nella Genesi troviamo due racconti diversi e complementari della creazione dell’uomo e della donna. Nel primo (Gn 1,26-31), Dio crea con la parola il maschio e la femmina insieme; nel secondo (Gn 2,18-24), con un gesto, trae la donna dalla costola di Adamo. Il filosofo e teologo Marie-Dominique Philippe osserva che questi due simbolismi non vanno separati: la parola rimanda alla luce e alla sapienza, il gesto al cuore e all’amore. Insieme, permettono di cogliere più a fondo il mistero della creazione.
Non a caso, nella storia dell’arte, dall’arte romanica e gotica fino a Michelangelo nella Cappella Sistina, è soprattutto il secondo racconto a essere rappresentato: la nascita di Eva dal fianco di Adamo. In questa immagine Philippe vede una verità decisiva: la donna non è né serva dell’uomo né semplice complemento della sua intelligenza, ma un dono che gli consente di uscire dalla solitudine e di imparare ad amare. La donna, nella visione biblica, è mediatrice di relazione e di comunione.
Il dramma entra nella storia con la caduta. Eva cede alle lusinghe del demonio, e in questo gesto Philippe legge il sorgere dell’orgoglio: il desiderio di un’autonomia assoluta che spezza l’ordine della sapienza, facendo sì che l’intelligenza non sia più al servizio dell’amore, ma ripiegata su se stessa. La ferita non riguarda solo l’uomo, ma anche Dio, che crea per amore e vede il suo dono rifiutato.
A questo punto, Philippe compie un passaggio decisivo: collega la nascita di Eva dalla costola di Adamo alla nascita di Maria dal costato trafitto di Cristo. L’inizio della Genesi e la fine del Vangelo di Giovanni diventano così i due poli di un unico mistero. Eva è madre dell’umanità secondo la carne; Maria è madre dell’umanità redenta, cioè della Chiesa. La Scrittura mostra così una continuità profonda tra creazione e redenzione.
La lotta tra bene e male, tuttavia, precede ancora la caduta dell’uomo. Secondo Philippe, gli angeli ribelli non accettarono che il capolavoro di Dio fosse una creatura fragile, fatta di carne, capace però di fecondità e destinata all’immortalità. L’invidia di Lucifero per questa vocazione dell’uomo rende la creazione stessa un evento segnato dalla lotta. Ma Dio non si lascia sconfiggere: dopo il peccato, promette la redenzione, annunciando l’ostilità tra il serpente e la donna, tra la sua stirpe e la sua discendenza.
Questa “donna” trova la sua figura più alta nell’Apocalisse: la donna vestita di sole, incinta, minacciata dal drago che vuole divorare il figlio appena nato. La tradizione cristiana ha visto in questa immagine Maria, la nuova Eva, madre del Redentore e simbolo della Chiesa perseguitata ma custodita da Dio. È dalla donna che nasce l’Agnello che salva il mondo.
Il mistero di Maria si illumina in modo particolare nella dottrina dell’Immacolata Concezione. Philippe, in linea con san Tommaso, la interpreta come un’anticipazione dei meriti di Cristo: Maria è redenta in modo preventivo, concepita senza peccato non per un privilegio separato dalla redenzione, ma in vista della redenzione stessa. Per questo, in lei non ci sono due nascite, una alla vita umana e una alla vita divina, ma una sola: nasce già in grazia.
Maria, tuttavia, resta pienamente creatura. Non è divina, non è impeccabile per natura, avrebbe potuto peccare. E proprio per questo, osserva Philippe, è la creatura più vulnerabile di tutte: più consapevole della propria fragilità, più radicalmente affidata a Dio. Diversamente da Eva, non dialoga con il tentatore, ma si rifugia nel silenzio, nella preghiera e nella grazia. La sua forza non è l’autonomia, ma l’abbandono fiducioso.
Qui si compie il grande rovesciamento simbolico della storia biblica: se la disobbedienza di una donna aveva aperto la via alla caduta, l’obbedienza di una donna apre ora la via alla salvezza. Eva e Maria stanno come due poli della stessa vicenda umana: la prima rappresenta la fragilità che si chiude su se stessa, la seconda la libertà che si apre totalmente a Dio.
In questa prospettiva, la figura della donna appare centrale non solo nella storia della salvezza, ma nella comprensione stessa dell’uomo. La donna è colei che rende possibile la relazione, che spezza la solitudine, che custodisce la fecondità - non solo biologica, ma spirituale. Come scrive Dante nel Paradiso, rivolgendosi a Maria, è lei che ha nobilitato l’umana natura al punto che il Creatore non ha disdegnato di farsi creatura.
Dalla costola di Adamo al costato di Cristo, dalla Genesi all’Apocalisse, il percorso tracciato da Philippe invita a leggere la Bibbia come un unico grande racconto di amore ferito e ricostruito, nel quale la donna non è ai margini, ma al centro: luogo della vulnerabilità, della promessa e, infine, della redenzione.

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