L’articolo esplora il significato della femminilità confrontando i primi undici capitoli della Genesi e dell’Apocalisse, alla luce del pensiero di Marie-Dominique Philippe. L’autore integra filosofia, teologia e mistica, mostrando come la causa finale, il primato dell’amore e la rivelazione divina guidino la conoscenza e la fede. Si evidenziano tre livelli di lettura delle Sacre Scritture - filosofico, teologico e spirituale - per comprendere profondamente la figura di Eva e della Donna vestita di sole, identificata dai Padri della Chiesa in Maria e nella Chiesa



Esercitare il pensiero: la rubrica di Giancarla Perotti 

SAN BENEDETTO DEL TRONTO
Prima parte. Per cogliere il mistero e il significato della femminilità risulta fecondo leggere in parallelo i primi undici capitoli della Genesi e i primi undici capitoli dell’Apocalisse. In questa analisi ci facciamo aiutare dal pensiero del domenicano Marie-Dominique Philippe (1912-2006), docente di filosofia all’Università di Friburgo, in Svizzera, dal 1945 al 1982 e fondatore, nel 1976, della Comunità di San Giovanni, oggi diffusa a livello internazionale e presente anche in Italia. Convinto della necessità di studiare la filosofia nella sua autonomia rispetto alla teologia, al fine di riscoprirne la specifica razionalità, Philippe si dedica in modo approfondito allo studio di Aristotele, individuandovi un percorso che conduce dall’uomo a Dio e riaffermando la possibilità di una autentica metafisica dell’essere. Parallelamente, approfondisce la teologia di san Tommaso d’Aquino, orientando progressivamente la sua ricerca verso la dimensione mistica, in particolare attraverso la meditazione degli scritti di san Giovanni evangelista. L’integrazione di queste tre forme di sapienza - filosofica, teologica e mistica - gli consente di rinnovare in modo originale la tradizione della filosofia scolastica, evitando le rigidità di un linguaggio eccessivamente tecnico. Per diffondere il proprio pensiero fonda nel 1992 la rivista Aletheia e, nel 1994, ripercorre il suo itinerario intellettuale e il suo impegno culturale in un ampio dialogo-intervista con Frédéric Lenoir (1962), filosofo, sociologo e storico delle religioni, noto per il motto: “Credo in Gesù, penso con Socrate, medito con Buddha”.

La bibliografia degli scritti filosofici e teologici di Marie-Dominique Philippe è molto ampia. Questa ricerca si riferisce soprattutto ai suoi testi di carattere spirituale, in particolare al Commento al Vangelo di San Giovanni. Prima di procedere, è opportuno chiarire alcuni punti metodologici, così da evitare fraintendimenti in un pensiero che si articola su livelli di ricerca diversi ma profondamente collegati. 
Anzitutto va chiarito il suo orientamento filosofico. Padre Philippe si richiama a san Tommaso, ma prende le distanze da una certa scolastica che, a suo giudizio, si è soffermata eccessivamente sulle definizioni teoriche, trascurando ciò che dà senso ultimo all’esistenza: il fine verso cui tutto tende, la cosiddetta causa finale, che rappresenta il motivo ultimo dell’esistenza, come egli stesso afferma in Retour à la source.

Secondo Philippe, sul piano ontologico Dio non è soltanto l’essere inteso come causa efficiente, che può essere indagata dalla scienza, ma è soprattutto il sommo bene, cioè la causa finale che attrae e orienta l’uomo, come insegna la sapienza. Analogamente, sul piano del processo conoscitivo, egli sostiene il primato dell’amore sull’intelligenza: anche nella ricerca intellettuale è l’amore a guidare e a dare impulso alla conoscenza. 
Padre Philippe osserva che il primato attribuito alla conoscenza e alla ragione, da lui criticato, è stato in realtà sempre messo in discussione dalla stessa scolastica tomista. Tuttavia, con il tempo, essa si è irrigidita eccessivamente, assumendo forme troppo schematiche e formali. Secondo Philippe, ciò è avvenuto perché la finalità è stata intesa come una semplice causa simbolica o metaforica, dimenticando un’affermazione centrale di Aristotele e di san Tommaso: la causa finale è la causa delle cause, cioè ciò che dà senso e orientamento a tutte le altre. Per questo motivo, egli afferma che l’intelligenza non può svilupparsi pienamente se non viene riconosciuto il primato dell’amore, che guida e sostiene anche l’attività conoscitiva.

Philippe aggiunge inoltre che spesso parliamo della ricerca di Dio come se fosse un cammino solitario dell’uomo. In realtà, se Dio esiste, la nostra intelligenza esiste grazie a Lui ed è già in relazione con Lui. Si tratta di un legame reale, che fa sì che Dio, in un certo senso, ci attenda. Anzi, Dio ci cerca più di quanto noi cerchiamo Lui. La scoperta filosofica dell’esistenza di Dio, in profondità, non è quindi un percorso a senso unico, ma una scoperta reciproca.

Quando parliamo di filosofia, intesa come filo-sophia, non dobbiamo pensare soltanto a una ricerca intellettuale, ma anche a un amore per la verità. Per padre Philippe la filosofia non è un’ideologia né si riduce a un gioco dialettico o alla sola coerenza interna delle idee, come avviene in alcune correnti dell’idealismo o della fenomenologia. Essa è invece un rapporto concreto con la realtà oggettiva, fondato sull’esperienza sensibile e orientato a conoscere ciò che è realmente, secondo una prospettiva realista.

Seconda considerazione epistemologica: la teologia ci conduce a un livello di conoscenza diverso da quello filosofico, quello delle verità soprannaturali. Si tratta di verità che l’intelligenza umana, da sola, non può raggiungere, perché superano le sue capacità naturali. Esse sono comprensibili pienamente solo a Dio e vengono rese note all’uomo attraverso la rivelazione, contenuta nelle Sacre Scritture.

La teologia, intesa come disciplina scientifica, non è una semplice applicazione della filosofia alla fede. È piuttosto la fede stessa che si serve dell’intelligenza per comprendere meglio la Parola di Dio. Questa Parola ha senso pieno solo per il credente: per il filosofo che non crede può apparire come un linguaggio ricco di immagini e di significati intelligenti, ma il suo contenuto più profondo e il suo fine ultimo possono essere colti soltanto da chi crede.
Il compito del teologo, quindi, non è quello di elaborare una dottrina personale, ma di interpretare e approfondire l’insegnamento rivelato, così come è trasmesso dalle Sacre Scritture e dalla Tradizione della Chiesa. Fermarsi solo alle Scritture, ignorando la Tradizione, sarebbe un errore; allo stesso modo, lo sarebbe separare la Tradizione dalle Scritture. Entrambe sono necessarie per una corretta comprensione della fede.

Una terza considerazione epistemologica riguarda l’interpretazione delle Sacre Scritture, che può essere condotta su livelli diversi. Essa può consistere in una semplice lettura storica dei testi, attenta al loro contesto e al loro sviluppo nel tempo; può assumere una forma teologica, volta a individuare e comprendere i contenuti della fede; oppure può diventare una lettura spirituale, orientata alla crescita interiore della persona.
A questo proposito, Marie-Dominique Philippe, commentando il capitolo XV del Vangelo di Giovanni, afferma che la Parola di Dio possiede una ricchezza inesauribile di significati. Esiste un senso accessibile a tutti, ma, sotto l’azione dello Spirito Santo, la stessa Parola può rivelare improvvisamente un significato più profondo, attraverso il quale il credente scopre il messaggio che Cristo intende comunicargli in modo personale.

Ci troviamo qui a un livello più alto, quello della teologia mistica, che non richiede soltanto la virtù teologale della fede, come avviene nella teologia scientifica, ma anche l’illuminazione dei doni dello Spirito Santo, in particolare dell’intelletto, della scienza e della sapienza.

È all’interno di questa triplice prospettiva - filosofica, teologica e mistica - propria del pensiero di Marie-Dominique Philippe, che diventa possibile mettere a confronto il racconto della creazione di Eva nel libro della Genesi con il passo dell’Apocalisse che parla della Donna vestita di sole, minacciata dal drago. Fin dai primi secoli, i Padri della Chiesa, a partire da sant’Ireneo di Lione (130–202), discepolo di san Policarpo, a sua volta discepolo dell’apostolo Giovanni, hanno interpretato questa figura come riferita insieme a Maria e alla Chiesa.

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